lunedì, 30 aprile 2007

I fichi.

I fichi son quella cosa
pregevoli assieme al prosciutto
mangiabili in parte o del tutto
da soli o sia pure in alcun.
.......
Mangiabili in verno o d'estate
e fino all'autunno inoltrato,
ma allora ci ha il nome cambiato
e si chiamano marron-glacés.
.......
Ma quando è maturo e sugoso,
è allora il momento del fico
ch'è buono sì ché non vi dico.
Oh rabbia, che ormai l'ho già dett!


Amici cari,  . . . . . . . . . . .. . . . . . .   . . .           .

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giovedì, 14 dicembre 2006

Vacanze di Natale (Incontro Impossibile, ma non si sa mai)

- Ao’ dotto’ meno male che c’eravate voi co’ ‘sta scialuppa, me credevo che a maledizione da Grotta der Silenzio m’aveva raggiunto. Nun m’annava de fa’ er sartimbocca a sti squali.
- Si figuri.– rispose affabile e in perfetto italiano il dottore americano – Ci sono altri superstiti?
- A parte lei e me, nessuno. Pazzesco dottò…In crociera sur catamarano novo de zecca e er capitano va a incoccià a bbarriera corallina. E nessuno a parte noi è scampato. Quer negraccio de Guadarcanal ce l’ha proprio tirata. La iella dico…Er vudu… o come cazzarola lo chiamano qui – rispose il turista italiano strizzando la camicia zuppa.
- Non mi dica che crede a queste storie di magia nera?
- Certo che ce credo. Da quanno quella specie de sciamano s’è messo a sbraità, ogni cosa ha preso er verso sbaiato. Prima m’hanno sgraffignato ‘e valigge, poi sto cazzo d’iguana nell’arbergo me s’ è ingoiato er telefonino. E ora sta traggedia. E a noi chissà quanno ce ritrovano...Li  mortacci sua! - Ma mi dica: cos’ ha fatto per scatenare l’ira di questo potente sciamano?
- Ma gnente. Stavamo a visità sta grotta delle cascate de Mataniko, quanno la guida, un fregnone che nun te dico, c’ha proposto d’annà a vvéde a Grotta del Silenzio. C’ha fatto un sacco de pippe sopra, c’ha detto ch’era un posto sacro che tocca   esse’ rispettosi dee tradizioni der luogo. Disse de sta leggenda che bisognava sta’ in silenzio perché era a Grotta der SILENZIO. E chi rompeva er silenzio se piava ste maledizioni de Nunsocchì.
Stavamo a vvéde tutti zitti zitti sta grotta, quanno nun me squilla er telefonino?   Nun ho potuto nun risponne. Era n’amico mia che me voleva fa’ l’ auguri e li complimenti pell’urtimo firm ch’avemo fatto. Sa dottò in Italia faccio l’attore. Nun te dico er putiferio. A ‘ncerto punto è schizzato fori ‘sto sciamano brutto, un negraccio magro e rinsecchito vestito strano, che se mette a lancià sti’ gridi disumani che nun se capiva gnente.
“Ao’ mo che sta a di’ ‘sto scarmanato?” j’ho chiesto ar cicerone.
E lui ha fatto ‘na faccia: “Maledizione. Grande maledizione su di te. Lui potente stregone. Dice che terribile belva ti ucciderà. Per aver turbato il silenzio della grotta di Nunsocchì.”
Io nun ce volevo crede, ma per poco sti squali me se magnavano. Ao’ dottò meno male che m’avete ripescato. E nun ce semo nemmeno presentati. Piacere Christian…
- Il piacere è tutto mio- disse il dottore con un tono
di voce gioviale,  togliendosi nel contempo il bel panama bianco - Lecter. Hannibal Lecter.

Story Aquatarkus,  SPQR-Editing by Triana
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martedì, 20 dicembre 2005

La verità sulla TAV

 Il montanaro della Valle Susa s'arrampicava  come una capra sul sentiero di montagna. Mi aveva promesso la verità sul tunnel della TAV, sull’amianto, sull’uranio e sul perché non bisognava scavare in quella montagna.  Più salivo e più sentivo odore di bufala, però poteva essere colpa dell’anossia da ex-fumatore che mi rendeva meno lucido e meno determinato.

-Ecco l’imboccatura della grotta…- disse finalmente dopo venti minuti di silenzio.- Però prima di entrare dobbiamo prendere le nostre precauzioni.

Così dicendo s’inchinò a raccogliere tutti i fiori di bosco che gli capitavano a tiro. Quando ne ebbe raccolti un bel po’ li intrecciò a formare due coroncine, come quelle che fanno i bambini per giocare a re e regine.

- Se la metta in testa.- disse porgendomene una.

- E’ uno scherzo?- lo guardai incredulo.

- Faccia come le dico. Lei aveva promesso che avrebbe eseguito tutti i miei ordini quando ho accettato di mostrarle la grotta.- mi rispose con un tono che escludeva in maniera assoluta qualsiasi manifestazione  passata, presente e futura di senso dell’umorismo nel personaggio. Anche in tracce.

Mettendomi in testa la corona di fiorellini aspettai il flash dal sottobosco seguito da un coro di giovinastri che mi prendeva per culo. Invece anche il rude montanaro si mise la coroncina e senza fiatare s’infilò nella grotta accendendo la torcia elettrica. 

- Sa, lo dicevo per il suo bene.- disse ad un certo punto, prima di entrare  in un budello strettissimo, di quelli che negli incubi diventano sempre più angusti fino a schiacciarti.

- Da secoli nella mia famiglia si tramanda il segreto di questo posto. Ma è uno di quei segreti dei quali farei a meno.

Alla fine del budello c’era una vasta cavità naturale con un bellissimo soffitto di stalattiti  sostenuto da massicce colonne naturali. Davanti a noi, c’era un’immensa parete istoriata da stupendi graffiti.

Bisonti, cervi, gazzelle e uomini s’inseguivano in un’eterno girotondo lasciando al centro di tutto quel rincorrersi, un disegno informe che sembrava una bizzarra composizione di occhi denti e tentacoli con un ciottolo di fiume tondo e nero incastrato in mezzo. Stava a rappresentare sicuramente una divinità malevola che sorvegliava il ciclo della vita e della morte, una specie diabolico burattinaio che manovrava il destino dei viventi ignari dei suoi venefici influssi. Una religione come tante. Ma molto più antica.

- Adesso capisco!- esclamai tirando fuori la fotocamera. – Una straordinaria pittura rupestre. Ma non bastava chiamare il Ministero dei Beni Culturali? Avrebbero fermato qualunque cantiere.

- Non faccia lo stupido. Una roba del genere ha mai fermato i cantieri importanti? E poi questa è solo una rappresentazione. Se vuole vedere l’originale eccolo qua! - E così dicendo tolse lo strano sasso tondo incastrato nella parete.

Fu come se avesse aperto un container di rifiuti biologici dimenticato sotto il sole estivo per mesi. I miasmi erano talmente potenti che fu come ricevere una sportellata in faccia. Ogni sfumatura indicava corruzione e decomposizione,  ma in una maniera innaturale, come se qualcosa si fosse ostinato a mantenere in vita tessuti putrefatti solo con la forza del male. Era la morte, o qualcosa di peggio, in tutte le sue manifestazioni più abiette. Annichilito barcollai, ma il montanaro mi tenne vicino all’orifizio immondo.

- L’aroma, chiamiamolo così,  non è reale, è solo una faccenda che ti succede in testa. Se vuoi vedere qualcosa di reale devi guardare nel buco.- disse con un tono di voce sarcastico, ma dal suo pallore si capiva che nemmeno lui era immune al fetore.

Mi feci coraggio e guardai nel buco. Per quello che vidi non esiste scoop o premio Pulitzer che ti ripaghi. Non esistono tranquillanti né sedute dall’analista che ti ripuliscano da quel genere di spettacolo. Sentii la mia mente vacillare sotto la pressione di quell’incubo ad occhi aperti. Sono stato corrispondente di guerra e ho visto con i miei occhi cosa il male incarnato nell’uomo può fare. L’entità malvagia dall’altra parte della parete di roccia, invece era qualcosa di più antico. Qualcosa che c’era già, prima ancora che ci fosse l’opzione tra il bene e il male, tra il caos e l’ordine universale. Qualcosa che non aveva avuto niente in cui incarnarsi per milioni di anni e si era evoluto autonomamente in un distillato aberrante di tutto ciò che è contrario alla vita come noi la conosciamo.

Quell’essere, se così si poteva definire qualcosa che avversava in maniera così totale l’esistenza, si accorse di me  e mi chiamò. Parlò nella mia testa in una lingua arcaica che compresi immediatamente. Capii che quell’idioma era l’origine di tutte le lingue oscure, ormai solo pallide ombre dell’abominevole progenitore. Lingue usate per secoli  per celebrare il male e offrirgli la sofferenza estrema degli innumerevoli sacrifici umani. C’era solo una scelta per me: l’assoggettamento totale o la follia.

Mi ritrassi.

Ci fu  qualcosa che tenne la mia mente dentro i confini del mio cranio impedendole scappare via urlante nei desolati territori  della demenza.  Era qualcosa di vitale e del mio mondo, qualcosa di altrettanto antico ma molto meno potente. Mi aggrappai a quell’essenza familiare e amica per uscire fuori dal gorgo che mi attirava verso il nulla.

Solo quando il montanaro rimise a posto il sasso nell’orifizio capii che era stato il profumo dei fiorellini della coroncina che avevo in testa a salvarmi dalla follia. Essi ormai erano appassiti e rinsecchiti come dopo una lunga, feroce, siccità.

- Adesso capisce? Solo due persone hanno affrontato Quella Cosa senza protezione. Il primo era un’americano appassionato di misteri. Lo portò quassù mio nonno. Erano gli anni 30’, dicono che sia morto qualche anno dopo. Si chiamava H.P.Lovecraft.

- E l’altro?

- L’altro è un’italiano. Uno potente. Di quelli che governano. E’ ancora vivo. Sembrava che questa faccenda non gli avesse fatto ne caldo ne freddo.

-Lui?

-No l’altro, quello del ponte.

-Ah.

Avevo annuito, ma non avevo capito in realtà di chi stesse parlando. Non mi interessava chi fosse diventato un fedele schiavo dell’abominio della montagna che aveva sussurrato il suo antico nome nella mia mente.

“CTHULHU”

L’unica cosa che m’importava era uscire sotto il sole per sentire nuovamente il profumo dei fiori di bosco.
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mercoledì, 05 ottobre 2005

GALVESTON WAY

Incolonnato sull’A45, fermo fra le auto in tripla fila, si domandava perché si era messo in strada proprio quel giorno. Da Huntsville a Huston e poi fino a Galveston era un fiume ininterrotto di macchine che risaliva la strada percorsa qualche giorno prima in senso inverso.
Aveva cercato di obiettare qualcosa sull’inutilità di quel viaggio ma il suo capo non aveva sentito ragioni. “Cook – gli aveva detto – all’Isola hanno chiesto preventivi per i nostri medicinali, è una fornitura grossa: vada e faccia il suo lavoro”. Un’occasione da non perdere per la società, proprio nei giorni seguenti al passaggio dell’uragano. Ma perché non avevano scelto uno più giovane?
Tamburellava con le dita sul volante, rassegnato all’attesa che sembrava infinita, pensando a quanto tempo era passato dall’ultima volta che era stato a Galveston. Erano già più di trent’anni da quando se n’era andato da Huston. Il ritorno nel suo Texas gli era capitato come un incidente a cui non aveva potuto sottrarsi. La ditta farmaceutica dove lavorava, in Minnesota, era entrata in un grande gruppo texano e, senza preavviso, gli era stato comunicato che doveva prendere servizio agli uffici della nuova direzione generale. Huntsville non era Huston ma da quando aveva dovuto stabilirsi lì non poteva evitare di pensare a Sylvia, a quanto erano stati legati, a come era stato scaricato senza spiegazioni. Per tutto quel tempo aveva cancellato quei giorni dalla memoria e dal cuore: era scappato lontano e si era costruito una nuova esistenza. Poi tutto era tornato al punto di partenza ed era nuovamente solo in Texas, a rincominciare daccapo la lotta con il fantasma del suo amore perduto.
Era fermo sull’auto, senza scampo, quando gli si affiancò la motocicletta del poliziotto. Il cuore accelerò i battiti quando il tipo gli bussò sul vetro facendogli cenno di abbassarlo.
“Guardi che sta perdendo liquido dal bagagliaio” gli disse l’agente mascherato col casco ed i rayban. Immaginò subito cos’era successo: un guasto ai contenitori refrigerati per il trasporto dei campioni. Non era una novità e succedeva spesso se ci si trovava fermi in quelle condizioni.
Slacciò la cintura e scese dall’auto con lo scatto più veloce che gli consentiva l’età e la stazza, ormai ragguardevole. Raggiunse il bagagliaio e lo aprì mentre il poliziotto scendeva dalla motocicletta, incuriosito dal vapore che cominciava a propagarsi intorno al veicolo. Gli arrivò alle spalle proprio mentre lui stava per sollevare il coperchio del contenitore. Ebbe il tempo di leggere il suo nome scritto sopra a grandi caratteri.
“Dr. Cook? – brontolò esitante – Cos’è quella scatola? Da dove viene?”
“Non si preoccupi agente – disse cercando di mantenersi calmo – Sono medicine che devono stare a basse temperature… solo che queste valigie…”
Il poliziotto gli aveva messo la mano sinistra sulla spalla, la destra era già accanto al calcio della pistola ancora nella fondina”
“Da dove viene Dr. Cook?” gli chiese ancora.
“Umh.. Minnesota, lavoro per la Chemicals & Medicals, questo materiale deve arrivare a…”
Il poliziotto non lo ascoltava più, stava indagando il suo volto con l’espressione di chi aveva trovato la somiglianza malgrado i tanti anni trascorsi.
“Da quanto tempo è sparito da Huston il Dr. Hook?” ringhiò.
“No, no… Cook, mi chiamo Cook, non Hook” abbozzò con la certezza dell’inutilità di quel tentativo.
Capendo che non aveva alternativa fece la sola mossa possibile e sicuramente la più sbagliata. Con uno scatto si divincolò dal poliziotto ed infilò la mano sotto la giacca, dove teneva il revolver che era solito portare quando gli davano da consegnare articoli particolrmente preziosi. Non ebbe il tempo di puntarlo perché l’agente aveva già in mano il suo e gli sparò in mezzo agli occhi.
Cadde pesantemente per terra, in mezzo al liquido che colava dal bagagliaio.

Al primo notiziario fu data la ricostruzione dei fatti. Un certo Dr.Hook, informatore farmaceutico, di Huston era il presunto assassino di certa Sylvia Avery che aveva fatto perdere le traccie di sé da oltre trenta anni. La Avery si era da poco sposata con un agente della polizia di Galveston, subito dopo avere rotto la relazione con Hook. Nelle indagini era stata determinante la testimonianza della madre di Sylvia che aveva raccontato le reiterate insistenze telefoniche di Hook. A quanto risultava il presunto killer era fuggito in Minnesota dove aveva mascherato la propria identità, alterando il cognome in Cook. Lo stratagemma, per quanto semplice, aveva funzionato fino al giorno in cui ad Hook era toccato di tornare a Galveston per lavoro e si era trovato bloccato nell’ingorgo del rietro all’isola degli abitanti sfollati per il passaggio dell’uragano Rita. Fatalità aveva voluto che Hook si fosse imbattuto proprio nel vedovo di Sylvia. Vistosi scoperto aveva cercato di reagire usando un’arma ma il poliziotto lo aveva ucciso per legittima difesa.
Nei successivi telegiornali la notizia perse rapidamente rilevanza ed in capo a pochi giorni non se ne parlò più.

Colonna sonora: Dr.Hook & The Medicine Shop “Sylvia’s Mother”



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domenica, 17 luglio 2005

Ippocrate e Charcot.

Charcot Jean-Martin: “La più grande soddisfazione che un uomo possa provare, è quella di vedere qualcosa di nuovo. Ossia, di riconoscerlo come tale. Dobbiamo saper vedere, dobbiamo guardare e guardare e guardare, fino a quando scorgiamo la verità. "

Ippocrate: "E' stata anche una mia convinzione, caro Jean, ma avevamo così poco supporto scientifico e tecnico ai miei tempi!"

Charcot Jean-Martin: "Non si tratta di questo. Non solo. Io non mi vergogno di confessarti, collega, che oggigiorno vedo nei pazienti cose che per trent'anni, nelle mie corsie d'ospedale, mi sono passate sotto gli occhi senza che vi fissassi debitamente la mia attenzione."

Ippocrate: "Ospedali, già. Voi siete fortunati, in un certo senso. A proposito: ti ringrazio di avermi chiamato collega!"

Charcot Jean-Martin: "Sono io che sono onorato d'esserlo."

Ippocrate: "Comunque l'uomo ha bisogno di molto altro. Serve anima, mente, cuore."

Charcot Jean-Martin: "Hai ragione. Inoltre i medici spesso vedono soltanto ciò che hanno imparato a vedere."

Ippocrate: "Grande ostacolo al vero progresso come lo intendiamo noi, vero?"

Charcot Jean-Martin: "Sì. A questo modo la scienza medica non fa un vero passo avanti. Dobbiamo guardare, dobbiamo vedere, dobbiamo riflettere e meditare."

Ippocrate: "Mi chiamano. hanno bisogno di me. Non posso negarmi. Un'ultima cosa: hai un suggerimento da regalarmi?"

Charcot Jean-Martin: "Ippocrate che chiede a me un suggerimento?"

Ippocrate: "Mi chiamano. Ti prego."

Charcot Jean-Martin: "Dobbiamo lasciare che la nostra mente vada in tutte le direzioni in cui i sintomi ci conducono.”

Ippocrate: "Ne farò tesoro. Addio."

Charcot Jean-Martin: "Addio!"

 

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domenica, 01 maggio 2005

E' uscito

sacripante! n° 3

L'Altrove

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mercoledì, 02 marzo 2005
Quando Oriana lo vide avvicinarsi al suo tavolo ebbe un sussulto della memoria.
Chancey dal canto suo si sentiva mestamente lusingato nel sedere a tavola con quella bella signora scura.
Oriana con uno schietto giro di parole, solo sue, ruppe il ghiaccio e rise  di se stessa e della sua triste condizione di scrittrice maledetta, concludendo con "chi semina vento raccoglie tempesta" è un antico detto popolare italiano spiegò con matriarcale benevolenza al suo tenerissimo interlocutore.
Chancey dal canto suo trovò terreno adatto a profferir finalmente parola.
Ben saldo con il telecomando nella mano sinistra pontificò con quelle nozioni che ben conosceva... "purchè la semina avvenga entro l'ultima luna di Marzo" disse.
Fu così che Oriana quel pomeriggio chiamò chicco Mentana ed accettò immediatamente l'intervista.
Ringraziamo Chancey giardiniere

postato da: saltino alle ore 16:45 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 21 febbraio 2005

Il colonnello e Montalbano

L’uomo è sdraiato sotto un ulivo. Una massa di capelli grigi, lunghi e sporchi e una coperta lacera lo nascondono alla vista. Da lontano sembrava un mucchio di stracci, ma quando il commissario si è avvicinato, spinto dalla curiosità e dal suo dannato istinto del buon samaritano, si è accorto che due occhi limpidi di vecchio gli rimandano il riverbero del sole.

Non è ferito, non è malato. E’ solo vecchio.

Montalbano lo fissa per qualche istante, prima di riconoscerlo. E’ il colonnello, il barbone che da sempre si aggira ai margini di Vigàta, raccattando cibo dove capita, dormendo nei portoni.

- Venga, non stia lì a cuocersi, le viene un colpo di sole. Cristo santo, ci saranno quaranta gradi.

-Non preoccuparti, Salvo. Ne ho passate di peggio. Il sole mi scalda le ossa. E’ qui che voglio stare.

Al sentire il suo nome, Montalbano ha un gesto di meraviglia. Poi capisce che in quel tu c’è rispetto, molto più che nel “dottore” di cui ha pieni i cabbasisi.

-Va bene, allora le porto qualcosa. Aspetti, ho dell’acqua in macchina.

-Lascia perdere, stai qui un momento. Non so se mi trovi ancora quando torni. Mi sto squagliando come il ghiaccio… che meraviglia, il ghiaccio. Mi ricordo la prima volta che lo vidi. Eravamo bambini, io e mio fratello, e non sapevamo nulla, nulla. Piccoli merdosi animaletti sulla faccia della terra, dimenticati da dio, raspavamo il cortile come galline mentre nostro padre si perdeva dietro gli zingari e mia madre si spaccava la schiena nell’orto.

Montalbano è un po’ incuriosito e un po’ irritato. Quel barbone dalla lingua sciolta non sembra poi così malmesso, lui è in ritardo all’appuntamento col procuratore e dovrebbe piantarlo lì con una carta da dieci euro, ma non sa decidersi. E’ come imbullonato al terreno.

-Allora, Salvo, come va la guerra?

Montalbano si siede accanto al vecchio. Non ha più fretta; si è rassegnato a cedere al comando di quegli occhi, di quella voce ferma, virile, per nulla piegata o affievolita dall’età.

-Lo sa come va. A volte bene, a volte male. Dipende. E’ una trincea. L’importante è non arretrare. Ma lei lo sa pure, no? Ha fatto le sue guerre anche lei.

-Una sola. Sempre la stessa. Mai vinta neanche una battaglia.

-Be’, su questo ha ragione. Gira che ti rigira, alla fine il nemico è sempre uno. Si traveste, si maschera, ti aggira alle spalle, affila nuove armi, ma è sempre lo stesso bastardo.

-Ne sai quanto me, della guerra.

-No, Colonnello, ne so più di lei, se permette. Io qualche battaglia l’ho vinta.

-T’illudi, amico mio. Quando avrai nelle carni i buchi delle tue stesse pallottole, quando avrai seminato figli per ogni dove per non vederne sopravvivere nessuno, quando avrai fatto e rifatto per migliaia di notti lo stesso inutile pesciolino d’oro, per fonderlo al mattino e ricominciare da capo, allora saprai cos’è la guerra. Perché la mia unica battaglia è stata contro l’ineluttabilità del destino. E giustamente l’ho persa.
Il commissario non sa più che rispondere. Batte piano il palmo sulla spalla del vecchio, si rialza in piedi. In pochi passi è alla macchina, sale senza voltarsi indietro. Mette in moto, dà un’occhiata nello specchietto. L’albero è immobile nella calura. Una vecchia coperta sembra abbandonata ai suoi piedi, tremolante come un miraggio. Alla prima curva, è già sparita.

postato da: Fenchurch alle ore 16:17 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 18 febbraio 2005

Scrittori veri.
Hemingway: "Alcuni critici contemporanei hanno concluso che non sono stato uno scrittore così grande, alla fine."
Faletti: "Hai bisogno di consolazione?"
Hemingway: "No. Sono parole che non mi feriscono."
Faletti: "Non so come reagirei."
Hemingway: "Nel senso che temi di poterne essere offeso e condizionato?"
Faletti: "No. Di non lasciare materiale per una tale discussione."
Hemingway: "Frase non disprezzabile. Un Martini?"
Faletti: "Con te, sempre. Secchissimo, va bene?"
Hemingway: "Il più possibile."

postato da: angelocesare alle ore 15:23 | Permalink | commenti (3)
categoria:autori letteratura
mercoledì, 16 febbraio 2005

 

ACQUA IN BOCCA
una questione di libertà

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postato da: SignorinaSilvani alle ore 20:33 | Permalink | commenti (5)
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