La verità sulla TAV
Il montanaro della Valle Susa s'arrampicava come una capra sul sentiero di montagna. Mi aveva promesso la verità sul tunnel della TAV, sull’amianto, sull’uranio e sul perché non bisognava scavare in quella montagna. Più salivo e più sentivo odore di bufala, però poteva essere colpa dell’anossia da ex-fumatore che mi rendeva meno lucido e meno determinato.
-Ecco l’imboccatura della grotta…- disse finalmente dopo venti minuti di silenzio.- Però prima di entrare dobbiamo prendere le nostre precauzioni.
Così dicendo s’inchinò a raccogliere tutti i fiori di bosco che gli capitavano a tiro. Quando ne ebbe raccolti un bel po’ li intrecciò a formare due coroncine, come quelle che fanno i bambini per giocare a re e regine.
- Se la metta in testa.- disse porgendomene una.
- E’ uno scherzo?- lo guardai incredulo.
- Faccia come le dico. Lei aveva promesso che avrebbe eseguito tutti i miei ordini quando ho accettato di mostrarle la grotta.- mi rispose con un tono che escludeva in maniera assoluta qualsiasi manifestazione passata, presente e futura di senso dell’umorismo nel personaggio. Anche in tracce.
Mettendomi in testa la corona di fiorellini aspettai il flash dal sottobosco seguito da un coro di giovinastri che mi prendeva per culo. Invece anche il rude montanaro si mise la coroncina e senza fiatare s’infilò nella grotta accendendo la torcia elettrica.
- Sa, lo dicevo per il suo bene.- disse ad un certo punto, prima di entrare in un budello strettissimo, di quelli che negli incubi diventano sempre più angusti fino a schiacciarti.
- Da secoli nella mia famiglia si tramanda il segreto di questo posto. Ma è uno di quei segreti dei quali farei a meno.
Alla fine del budello c’era una vasta cavità naturale con un bellissimo soffitto di stalattiti sostenuto da massicce colonne naturali. Davanti a noi, c’era un’immensa parete istoriata da stupendi graffiti.
Bisonti, cervi, gazzelle e uomini s’inseguivano in un’eterno girotondo lasciando al centro di tutto quel rincorrersi, un disegno informe che sembrava una bizzarra composizione di occhi denti e tentacoli con un ciottolo di fiume tondo e nero incastrato in mezzo. Stava a rappresentare sicuramente una divinità malevola che sorvegliava il ciclo della vita e della morte, una specie diabolico burattinaio che manovrava il destino dei viventi ignari dei suoi venefici influssi. Una religione come tante. Ma molto più antica.
- Adesso capisco!- esclamai tirando fuori la fotocamera. – Una straordinaria pittura rupestre. Ma non bastava chiamare il Ministero dei Beni Culturali? Avrebbero fermato qualunque cantiere.
- Non faccia lo stupido. Una roba del genere ha mai fermato i cantieri importanti? E poi questa è solo una rappresentazione. Se vuole vedere l’originale eccolo qua! - E così dicendo tolse lo strano sasso tondo incastrato nella parete.
Fu come se avesse aperto un container di rifiuti biologici dimenticato sotto il sole estivo per mesi. I miasmi erano talmente potenti che fu come ricevere una sportellata in faccia. Ogni sfumatura indicava corruzione e decomposizione, ma in una maniera innaturale, come se qualcosa si fosse ostinato a mantenere in vita tessuti putrefatti solo con la forza del male. Era la morte, o qualcosa di peggio, in tutte le sue manifestazioni più abiette. Annichilito barcollai, ma il montanaro mi tenne vicino all’orifizio immondo.
- L’aroma, chiamiamolo così, non è reale, è solo una faccenda che ti succede in testa. Se vuoi vedere qualcosa di reale devi guardare nel buco.- disse con un tono di voce sarcastico, ma dal suo pallore si capiva che nemmeno lui era immune al fetore.
Mi feci coraggio e guardai nel buco. Per quello che vidi non esiste scoop o premio Pulitzer che ti ripaghi. Non esistono tranquillanti né sedute dall’analista che ti ripuliscano da quel genere di spettacolo. Sentii la mia mente vacillare sotto la pressione di quell’incubo ad occhi aperti. Sono stato corrispondente di guerra e ho visto con i miei occhi cosa il male incarnato nell’uomo può fare. L’entità malvagia dall’altra parte della parete di roccia, invece era qualcosa di più antico. Qualcosa che c’era già, prima ancora che ci fosse l’opzione tra il bene e il male, tra il caos e l’ordine universale. Qualcosa che non aveva avuto niente in cui incarnarsi per milioni di anni e si era evoluto autonomamente in un distillato aberrante di tutto ciò che è contrario alla vita come noi la conosciamo.
Quell’essere, se così si poteva definire qualcosa che avversava in maniera così totale l’esistenza, si accorse di me e mi chiamò. Parlò nella mia testa in una lingua arcaica che compresi immediatamente. Capii che quell’idioma era l’origine di tutte le lingue oscure, ormai solo pallide ombre dell’abominevole progenitore. Lingue usate per secoli per celebrare il male e offrirgli la sofferenza estrema degli innumerevoli sacrifici umani. C’era solo una scelta per me: l’assoggettamento totale o la follia.
Mi ritrassi.
Ci fu qualcosa che tenne la mia mente dentro i confini del mio cranio impedendole scappare via urlante nei desolati territori della demenza. Era qualcosa di vitale e del mio mondo, qualcosa di altrettanto antico ma molto meno potente. Mi aggrappai a quell’essenza familiare e amica per uscire fuori dal gorgo che mi attirava verso il nulla.
Solo quando il montanaro rimise a posto il sasso nell’orifizio capii che era stato il profumo dei fiorellini della coroncina che avevo in testa a salvarmi dalla follia. Essi ormai erano appassiti e rinsecchiti come dopo una lunga, feroce, siccità.
- Adesso capisce? Solo due persone hanno affrontato Quella Cosa senza protezione. Il primo era un’americano appassionato di misteri. Lo portò quassù mio nonno. Erano gli anni 30’, dicono che sia morto qualche anno dopo. Si chiamava H.P.Lovecraft.
- E l’altro?
- L’altro è un’italiano. Uno potente. Di quelli che governano. E’ ancora vivo. Sembrava che questa faccenda non gli avesse fatto ne caldo ne freddo.
-Lui?
-No l’altro, quello del ponte.
-Ah.
Avevo annuito, ma non avevo capito in realtà di chi stesse parlando. Non mi interessava chi fosse diventato un fedele schiavo dell’abominio della montagna che aveva sussurrato il suo antico nome nella mia mente.
“CTHULHU”
L’unica cosa che m’importava era uscire sotto il sole per sentire nuovamente il profumo dei fiori di bosco.